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OBAMA TRA ISRAELE, IRAN E HAMAS
La scivolosa politica estera del prossimo candidato Democratico



Fabio Lucchini

Molti se lo augurerebbero, ma le primarie Democratiche non sono finite ed il prossimo duello del 20 maggio nel Kentucky clintoniano e nell'Oregon pro-Obama ( a Portland sono accorsi in 75.000 al suo comizio) non fungerà certo da catalizzatore. E chissà se l'ex first lady accetterà la sconfitta alla fine del processo elettorale, il 3 giugno, o rilancerà la sfida  sino alla Convention di Denver. Hillary non stende quindi tappeti rossi ad Obama e, dopo aver intascato una nettissima affermazione in West Virginia, continua a dichiararsi convinta della sua maggiore electability rispetto al giovane compagno di Partito. McCain può essere sconfitto anche da Obama, aveva  dovuto ammettere tempo fa la Clinton, “ma io sarei il candidato migliore per farlo.” Sebbene le sue speranze siano al lumicino, i numeri, su questo punto, sembrerebbero darle ragione.

Quando si parla di dati e statistiche, un buon termine di riferimento è rappresentato da RealClearPolitics, che come noto si prende la briga di calcolare il risultato medio dei sondaggi dei principali istituti di ricerca americani.  Andiamo con ordine. La sfida Obama-Hillary non ha quasi più storia e ciò si riflette nelle preferenze degli elettori Democrats intervistati,  che indicano un vantaggio di oltre sei punti percentuali per il junior senator dell'Illinois. Sempre su base nazionale, Obama sarebbe in vantaggio di oltre tre punti su McCain, che soccomberebbe anche di fronte ad Hillary per un paio di incollature. Ma andando a dettagliare a livello statale, la questione diventa davvero interessante. In due swing states, vinti nel 2004 da Bush e decisivi per la sua riconferma alla Casa Bianca, ovvero la Florida e l'Ohio, Clinton sconfiggerebbe in modo netto McCain, ma il senatore dell'Arizona prevarrebbe su Obama, ossia sul probabilissimo candidato Democrat. A meno di strani intrecci, perdendo in Ohio ed in Florida, Obama dovrebbe dare l'addio ai suoi sogni presidenziali ed i Democratici mangiarsi quantomeno le mani per la beffa atroce.

Il valore di Edwards
Tre mesi non sono poi tanti, ma in una campagna densa come quella che l'American sta vivendo, l'eclissi di John Edwards è apparsa interminabile. Dal giorno in cui l'ex senatore del North Carolina e candidato vice-presidente alle elezioni 2004 aveva annunciato tra le lacrime il suo ritiro dall'improba sfida ai due giganti del Partito, sia Obama che Clinton aspiravano al suo endorsement. Alla fine Edwards ha scelto il senatore dell'Illinois; apparentemente un altro colpaccio per Obama, ma in che misura?  Secondo Chris Cilizza, titolare di un blog per il Washington Post che si occupa specificamente dalla materia, è difficile determinare il peso reale degli endorsements. Il senior senator del Massachusetts, Ted Kennedy, ha quest'anno sostenuto Obama, ma nello Stato Clinton ha prevalso facilmente. Esempi del genere abbondano. L'endorsement di un pezzo da novanta del proprio Partito può in certe condizioni rivelarsi controproducente per un candidato, come ricorda bene Howard Dean, appoggiato nella sua rincorsa alla nomination 2004 da Al Gore!

Insomma, non è semplice soppesare costi e benefici: è importare capire cosa e quanto un endorsement aggiunge o toglie ad una candidatura in termini di linea politica, popolarità, credibilità, finanziamenti e di bacino elettorale . Ad esempio, nessuno dei vari candidati Repubblicani alla nomination avrebbe gradito mesi fa l'appoggio pubblico del presidente Bush. E il superstite McCain è titubante in proposito. Perché essere associati ad un'amministrazione tanto impopolare? E ancora,  chi può quantificare la rilevanza del sostegno garantito dalla superstar della televisione Usa, Oprah Winfrey, ad Obama? Nel 2004 l'apporto del gotha del mondo dello spettacolo americano a Kerry non sortì certo l'effetto sperato. Forse può essere più incisiva la collaborazione di personaggi meno celebri, come un governatore o politico locale, meno glamour ma in grado di spostare voti e lauti finanziamenti? Troppo contraddittorie le evidenze empiriche per giungere ad una conclusione generale. Meglio analizzare ogni singolo caso.

John Edwards ha raccolto il sette per cento circa dei consensi degli elettori Democratici della West Virginia, anche se la sua corsa presidenziale è terminata da tre mesi. L'ex senatore del North Carolina rappresenta l'ala sinistra del Partito e si è rivolto nella sua campagna proprio ai gruppi sociali che, con il loro sostegno, stanno tenendo vive le tenui speranze di Hillary Clinton. Gli ormai celeberrimi white blue-collars. In questo senso il suo appoggio, aldilà degli eco mediatici, potrebbe davvero aiutare Obama, a patto che il junior senator non creda di poter risolvere i suoi problemi con quella fascia dell'elettorato solo in virtù del rassicurante sorriso del brillante avvocato del sud.

Hamas vota Obama
Le polemiche sull'eleggibilità di Obama e su i suoi problemi con  i bianchi tradizionalisti e con i latinos  sembrano peraltro cedere il passo alle questioni di politica estera, ma...



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