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MEDIA E LIBERTA’ D’INFORMAZIONE IN MEDIO ORIENTE
I governi arabi alla ricerca di nuove modalità per cancellare le notizie non gradite
di The Economist


Anche quest'anno i ministri degli Interni dei Paesi arabi si sono incontrati per discutere degli accorgimenti più efficaci per garantire sicurezza e stabilità ai loro governi. Nell'assise di Tunisi i massimi responsabili dell'ordine pubblico hanno concordato sulla necessità di inasprire le rispettive normative nazionali in tema di pubblicazione, distribuzione e riproduzione di materiale cartaceo od audiovisivo che possa promuovere il terrorismo. Un intento largamente condivisibile, se non fosse che i governanti arabi tendano a definire “criminale” o “terrorista” ogni forma di dissenso e critica nei confronti dei regimi che rappresentano.

Nonostante la crescente diffusione dei nuovi media, come le tv satellitari ed internet, che ha intaccato il monopolio statale sull'informazione, i governanti del mondo arabo tentano ingegnosamente di trovare soluzioni ardimentose per arginare la libertà d'espressione. Un tempo i dittatori dell'area non andavano certo per il sottile ed impiegavano metodi piuttosto sbrigativi per mettere la museruola agli oppositori. Oggi le tecniche si stanno raffinando; le restrittive legislazioni capestro sostituiscono le incarcerazioni, le sanzioni o i benefit pecuniari prendono il posto dell'eliminazione fisica pura e semplice.

In Siria, l'indefinito crimine di “disseminazione di false informazioni” può essere punito con una severa pena detentiva. Nel più liberale Marocco, diversi giornalisti hanno scoperto a proprie spese quanto possa essere sconsigliabile criticare un pubblico ufficiale. In Giordania, un'altra monarchia che potremmo definire semi-costituzionale, è stata appena approvata una legge sulla stampa che i giornalisti più indipendenti e sagaci temono possa esser facilmente utilizzata per accusarli di diffamazione. Il governo regionale del filo-occidentale Kurdistan iracheno si doterà presto di una disciplina del tutto simile. L'anno scorso, nello Yemen, il direttore di un sito d'informazione, Abdel Karim Khaiwani, fu accusato di fomentare il terrorismo e rischiò la condanna a morte per aver documentato una sanguinosa rivolta tribale e descritto il nepotismo imperante nella compagine governativa del presidente Ali Abdullah Saleh.Molto spesso le autorità lasciano ad altri il lavoro sporco. Lo scorso anno, in Egitto, un team di avvocati prezzolati condusse una battaglia senza quartiere contro quei direttori di giornale accusati di aver denigrato il Partito del presidente e di aver speculato sulle condizioni di salute dello stesso Hosni Mubarak; in quattro sono stati imprigionati. Alcuni privati cittadini kuwaitiani, agendo, almeno ufficialmente, a titolo personale, sono riusciti a vincere una lucrosa causa ai danni dell'emittente satellitare al-Jazeera, a loro dire colpevole di “aver insultato la patria.” Nella non certo permissiva Tunisia, su di un giornalista, che ha avuto l'ardire di dar credito alle voci relative alla condotta fraudolenta della cerchia parentale del presidente Ben Ali, è ricaduta l'accusa di aver compiuto atti osceni e di aver insultato un pubblico ufficiale in seguito ad un litigio con un poliziotto palesemente orchestrato ad arte. In gennaio, al malcapitato è stata inflitta una condanna di 12 mesi di reclusione.I vecchi metodi peraltro funzionano ancora. Secondo Reporters Sans Frontières, più di duecento operatori dell'informazione hanno perso la vita a partire dal 2003. Nello stesso periodo, popolari giornalisti sono scomparsi o morti in circostanze poco chiare in Algeria, Egitto, Iran, Libano, Libia e Sudan e, solo negli ultimi mesi, numerosi reporter e blogger sono stati incarcerati in Arabia Saudita, in Sudan e a Gaza.Un Paese non arabo, l'oppressivo Iran di Mahmoud Ahmadinejad conserva  tuttavia la palma di più intransigente censore della libertà di stampa. Dal 2005, dozzine di pubblicazioni di matrice riformista sono state costrette a chiudere in seguito alla revoca delle loro licenze. La vittima più recente è una popolare rivista femminile, accusata di “attentare alla stabilità psicologica della società” e di aver “indebolite le istituzioni militari e rivoluzionarie.”Nel mese di gennaio, dopo che i partecipanti ad un talk show televisivo avevano definito troppo bassi gli aumenti salariali concessi ai dipendenti del settore pubblico, le autorità saudite hanno deciso di sospendere la trasmissione in diretta dei programmi. Il ministro della Comunicazione ha inoltre impedito ai giornalisti di accedere al Majlis as Shura, lo pseudo-parlamento saudita, in occasione delle interrogazioni avanzate dagli ammansiti consiglieri dell'organo al ministro stesso. In Arabia Saudita, come in Iran, Siria e Tunisia, i governi monitorano attentamente la rete internet, oscurando decine di migliaia di siti web con il pretesto di tutelare la moralità pubblica. Anche lo Yemen, per quanto sprovvisto dei mezzi tecnologici dei vicini, si sta attrezzando in tal senso. Nelle ultime settimane, una mezza dozzina di siti legati all'opposizione sono diventati improvvisamente inaccessibili agli utenti nazionali. ...


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