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KOSOVO, DAI NEGOZIATI ALL'INDIPENDENZA
Una rassegna delle analisi dopo il fallimento delle trattative



Spunti tratti dal quotidiano britannico Times e dai contributi dell' Osservatorio Balcani

I negoziati tra rappresentanti delle autorità di Belgrado e degli albanesi del Kosovo sullo status finale della provincia amministrata dal 1999 dalle Nazioni Unite sono iniziati a Vienna il 20 febbraio del 2006 sotto gli auspici dell'austriaco Albert Rohan, vice dell'inviato dell'Onu Martti Ahtisaari.

La prima tornata di colloqui si è conclusa il giorno successivo, come da previsioni ''senza risultati concreti'': al centro delle trattative, le prime dirette dalla fine della guerra del Kosovo, la questione del decentramento amministrativo nella provincia.

La discussione sul nodo dello status veniva rinviata ad un secondo momento lasciando le due delegazioni - favorevole una all'indipendenza l'altra alla concessione di un'ampia autonomia - a confrontarsi su questioni più pratiche e circoscritte. Ai colloqui - inizialmente fissati per il 25 gennaio ma rinviati dopo la morte, tre giorni prima, del presidente kosovaro Ibrahim Rugova - partecipavano anche rappresentanti della Nato, degli Stati Uniti, dell'Unmik e l'Unione Europea.

Il negoziato è proseguito con una serie di incontri fino al 10 marzo del 2007, data alla quale Ahtisaari lo ha dichiarato concluso senza alcun risultato.

Il 20 luglio, bloccati dalla minaccia del veto russo, i sostenitori di un piano che garantisse l'indipendenza della provincia serba del Kosovo rinunciavano alla discussione sul progetto di risoluzione all'interno dell'esecutivo Onu.

Nel corso di una riunione a Vienna, il 25 luglio Mosca accettava la formula della troika Usa-Ue-Russia per coordinare ulteriori negoziati fra le parti sul futuro status del Kosovo. La proposta era stata avanzata pochi giorni prima dai ministri degli Esteri dell'Unione Europea che proponevano di circoscrivere le trattative ad una durata di 120 giorni. Quei 120 giorni si sono conclusi il 10 dicembre scorso con un nulla di fatto, con un fallimento annunciato, come hanno ammesso gli stessi mediatori.

Sono rimaste divise, Belgrado e Pristina - disposta la prima a concedere un'autonomia molto ampia alla provincia, decisa la seconda a non cedere a nessun costo sulla piena indipendenza da Belgrado - anche per quanto riguardava l'opportunità di far proseguire o meno i negoziati di fronte alle difficoltà emerse (favorevole Belgrado, contraria Pristina). E non sono serviti ad avvicinare le parti tutti gli sforzi compiuti dai tre mediatori e tutte le formule di compromesso esplorate dalle delegazioni.

" Diverse province e regioni - scriveva il Time -  riceverebbero una spinta a trasformarsi in mini-stati, distaccandosi dalle compagini statuali cui ora appartengono (in primis, nei Balcani, la Repubblica Srpska serba si staccherebbe dalla Bosnia, nell'ex impero sovietico, la Transnistria uscirebbe dalla Moldova, mentre l'Abkhazia e l'Ossetia del Sud abbandonerebbero la Georgia).

“Il caso del Kosovo è unico”, hanno invece ripetuto con fermezza i diplomatici europei ed americani nel tentativo di mantenere la questione nel quadro di riferimento delle Nazioni Unite. L'intento era di far passare il seguente messaggio: “Siamo di fronte ad un protettorato dell'ONU all'interno di un paese sovrano, la Serbia, ed il suo destino non deve costituire un precedente per altre rivendicazioni”.  Ma in molti non la vedono così. Anzi è diffusa la convinzione che sulla scia di un'eventuale indipendenza kosovara potrebbe formarsi una miriade di nuovi piccoli entità statuali.

Lo smembramento di uno Stato può avere dei vantaggi, come evitare tensioni etniche o permettere a gruppi coesi di perseguire più liberamente i propri interessi ed aspirazioni. Non tutti apprezzano i vantaggi di far parte di un grande paese. Tuttavia, la separazione tra popolazioni un tempo unite sotto la medesima bandiera può essere parimenti interpretata come il fallimento del tentativo di costruire regole condivise di coesistenza pacifica ed armoniosa.

I due milioni di albanesi kosovari (il 90% della popolazione) hanno voluto l'indipendenza, la Serbia non è disposta a concedere tanto. Ora tutto ritorna nelle mani dell' ONU. E poi? Difficile dirlo. 

L'ostacolo più impervio è rappresentato dalla Russia, alleato di lunga data della Serbia, che minaccia di opporre il veto ad ogni risoluzione ONU  che riconosca l'indipendenza a Pristina. UE e Stati Uniti potrebbero anche concordare sul fatto che una risoluzione bloccata dal veto russo sia preferibile a nessuna risoluzione. 

L'indipendenza è l'unica opzione che gli albanesi del Kosovo affermano di poter contemplare dopo il conflitto del 1999, quando i serbi cercarono di espellerli in gran numero dalla loro provincia. Peraltro, non è a causa di recenti violenze che molti in Belgio stanno prendendo in considerazione l'ipotesi di dividere il loro paese in due parti (fiamminghi da un lato, valloni dall'altro) o che tra gli scozzesi vi sia il desiderio di separarsi dal Regno Unito; queste spinte derivano dall'esigenza di vedere il proprio “carattere nazionale” pienamente affermato e realizzato dai rispettivi leader politici.

Gli scissionisti hanno delle valide motivazioni a supporto delle loro rivendicazioni. È possibile ad esempio ovviare alle proble...



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