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DIO NON E’ REPUBBLICANO
Obama e Clinton alla caccia del voto religioso. Il New York Times attacca McCain



Il colpo basso, lo sgambetto pre-elettorale ed il pettegolezzo maligno non appartenevano forse al repertorio dei Repubblicani?

L'intelligentsia Democrat si interroga da qualche settimana su quale fra i due contendenti rimasti in corsa sia il più adatto a reggere la durissima campagna personale che il Grand Old Party tradizionalmente scatena contro i rivali. L'esperta, ma non propriamente amata dalla Destra USA, Hillary Clinton o il novizio Barack Obama? Chi sarà in grado di sopportare meglio la pressione esercitata dal veterano McCain, spalleggiato dalla perfida macchina elettorale che ha beffato Al Gore nel 2000 e distrutto John Kerry nel 2004?

In realtà, per ora i ruoli sembrano quasi rovesciarsi. La Clinton, dopo aver subito un pesante zero a dieci nelle votazioni post 5 febbraio, è ripartita all'attacco tentando di fermare un'emorragia di voti che le potrebbe presto risultare letale; Obama sta infatti guadagnando terreno anche in Texas. Peccato che l'efficacia della tattica clintoniana risulti piuttosto limitata. In un recente dibattito a Dallas, da molti analisti presentato come decisivo per le sorti della sua campagna, Hillary ha accusato nuovamente l'avversario di aver plagiato un discorso del governatore del Massachusetts Devan Patrick. Senonchè analizzando il passaggio incriminato si potrebbe argomentare che, seguendo la logica dello staff di Hillary,  il governatore Patrick dovrebbe essere a sua volta citato in giudizio dai famigliari di John Fitzgerald Kennedy e Martin Luther King per aver attinto a piene mani al repertorio immaginifico dei due celeberrimi leader! E' veramente bizzarro che Mark Penn, l'uomo a cui i Clinton hanno affidato la campagna elettorale di Hillary, non intervenga per dissuadere i suoi collaboratori dall'insistere su una linea talmente inefficace.

Come se non bastasse, pare che la squadra dell'ex first lady non sia estranea alla diffusione di una vecchia foto di Obama ritratto in abiti di forgia orientaleggiante. L’ennesimo richiamo alle presunte simpatie musulmane del senatore? I clintoniani si sono affrettati a smentire il loro coinvolgimento.

Da par sua, il New York Times non si fa mancare nulla e parte all'attacco dell'eroe buono John McCain, quasi a ricordare ai liberal di tutta America chi sia l'avversario da battere. E' la nemesi del Sexgate. Otto anni fa il front-runner repubblicano avrebbe intrecciato una relazione sentimentale con una giovane lobbista, comportamento alquanto disdicevole per una personalità dalla riconosciuta rettitudine morale del senatore dell'Arizona. Al di là degli aspetti pruriginosi dell'affaire, flirtare con una donna che per professione dovrebbe convincere i politici a prendere provvedimenti favorevoli a determinati gruppi di pressione configurerebbe un effettivo conflitto di interessi. Negli Stati Uniti non si scherza su questioni del genere. McCain all'epoca presiedeva la commissione senatoriale sulle telecomunicazioni e la donna, Vicky Iseman, si occupava proprio di quel settore. McCain con tanto di moglie al seguito ha smentito, ricordando un semplice rapporto di amicizia e difendendo con forza l'irreprensibilità del proprio operato.

Mac può consolarsi pensando agli oltre settecento delegati che lo dividono da Huckabee, al sostegno accordatogli dall'ex presidente George Bush e all'apparente tregua concessagli dai conservatives del Partito, che, comunque, ben difficilmente lo sosterranno nella campagna presidenziale. I sondaggi, poco attendibili ma affascinanti, che anticipano l'esito della sfida di novembre accreditano McCain di quattro punti di vantaggio sulla Clinton e lo indicano di cinque punti ritardo rispetto ad Obama. Nonostante la valanga Democratica si sia riversata nelle urne delle primarie con maggiore impeto ed euforia, l'elettorato “rosso” non ha dunque intenzione di abdicare. La maggioranza silenziosa esiste ancora negli Stati Uniti e in democrazia i numeri valgono più dell'entusiasmo.

  

GESU' E' FORSE REPUBBLICANO?
Amy Sullivan è un'editorialista del Washington Monthly e viene considerata una delle giornaliste più esperte in ambito religioso. Prima di intraprendere la carriera giornalistica ha militato nel Partito Democratico e sembra perciò avere ottime credenziali per discutere del complicato rapporto fra il progressismo americano e la fede. Questione di per sé delicata, ma resa più sensibile dai riflessi elettorali, decisamente negativi per i Democrats, dei continui misunderstandings fra liberal e credenti.

Il problema esiste, inutile negarlo ed è esploso in modo eclatante ai tempi della camp...



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